Il soggetto dello sguardo

Lo sguardo è il tramite attraverso cui un mondo guarda un altro mondo. Il proprio sguardo non è “proprio”, ma è del mondo che guarda: a noi, al soggetto, è restituita soltanto la relazione tra il mondo che guarda e il mondo guardato. In prima istanza tale relazione assegna al soggetto un tempo e una posizione riconoscibili che consentono alla coscienza del soggetto di trovarsi, poi, nel sedimentarsi degli “stati” (dove e quando) dell’esser(ci) si producono i significati e, infine, il senso delle cose, che comprende, si intende, anche se stessi. Ma tutto ciò ritorna ad appartenere ai mondi che guardano altri mondi. Cosa si intende per mondi che…

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In un mare di significati, arriva, prima o poi, la tempesta. Ma qual è la condizione "naturale” del mare? Quella calma o quella tempestosa? Dati i significati, quando è sorto il primo “perché?” Ed ha senso chiedersi perché è sorto? È il ritorno del caos che piomba su ciò che significa a farci chiedere “Perché accade ciò (il caos)? E poi subito dopo “Perché quest’altro significa(va) così?”. È la crisi di ciò che è dato significare che ci fa interrogare prima sulla sua distruzione o cambiamento, e poi sul significato stesso? Forse è il dolore a farci porre la domanda metafisica? Scopriamo la dimensione trascendentale quando la narrazione viene…

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Esiste la possibilità che la coscienza non debba in ogni modo raggiungere una metafisica nell’atto di “presa” sul mondo? Cosa significa insomma la presa di coscienza? Essa sicuramente si manifesta con la visione, tale di uno sguardo che è quello della coscienza, appunto. La visione è un atto trascendentale in sé, essa si estrae (e astrae) da ciò che le appare e a cui appartiene in quanto tanto lo spazio del soggetto in cui opera, quanto lo spazio dell’oggetto che osserva appartengono alla medesima realtà. Anche se, pur essendo quanto appena detto un atto di ammissione della condizione paritaria che ha l’uomo depositario (per quanto ne sappiamo) della coscienza,…

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L’arte è quantomeno ambivalente, molteplice è certamente ciò che rappresenta, ma altrettanto lo è la sua funzione. La rappresentazione è trascendentale; trascendere significa porsi al di fuori, sedersi sulla poltrona ed osservare dinanzi, ma significa anche vedersi. Se ci addentriamo ancora un poco nel significato di trascendentale allora intendiamo che in un certo senso raccogliere qualcosa dentro lo sguardo, com-prenderla è necessariamente un atto di semplificazione (i filosofi però la chiamano sistematicità), ghermire con i significati ciò che si osserva, significa soggiogarlo, addomesticarlo. Le immagini. Esse non esistono nella realtà, non ci sono: neppure un paesaggio che si staglia immobile dinanzi a noi è immagine fintanto che non trascendiamo,…

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La caduta che sembrava un’ascesa

È stato l'umanesimo stesso a privare l'uomo della sua umanità, o quanto meno ad iniziare il percorso che lo ha portato alla sua disumanizzazione. Si tratta di un processo progressivo, si può parlare anche di indebolimento, deterioramento, smarrimento, insomma perdita dell'umanità. E si intende quello che dico, se pensiamo a come l'uomo per gestire la sua dimensione umanistica di centralità operi continuamente un ridimensionamento di se stesso, facendo, in un certo senso, di quella centralità, un luogo provvisorio, di passaggio, temporaneo ecc., avendo innanzi tutto come fine quello di non accollarsi, per davvero, tutta quella responsabilità sul mondo, sull’esistenza, sull'universo e, soprattutto, verso se stesso. Non secondari sono gli…

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