Il linguaggio della conoscenza

Esiste una saturazione del linguaggio della conoscenza per cui ogni cosa può essere recepita da tale linguaggio attraverso un intendimento apparente non dissimile da quello che possiamo avere dinanzi a un autobus, prima di salirci, sul fatto che ci sia posto o meno? E poi, una volta sul il veicolo ci sposteremmo con esso, che ci porterebbe dove vogliamo, o lì vicino, ma tutto ciò non significa affatto che sappiamo guidare l’autobus. Il linguaggio della conoscenza è dunque quell’autobus, mentre la conoscenza appartiene soltanto a chi lo guida. Ma infondo, perché il passeggero dovrebbe preoccuparsene?   

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Il linguaggio della rappresentazione è costantemente inopportuno per il pudore che ne dovrebbe conseguire dalla sua matrice stessa. Esso di fatti manifesta inevitabilmente e costantemente l'equivoco dell'esistenza, la dispersione dell'assenza, unico carattere effettivamente identificabile con la sostanza. Nella fattispecie tale linguaggio è una tecnologia dispersiva e disperdente che ha dissolto la dimensione stessa che lo ha reso necessario nel farsi rappresentativo: la coscienza. Raggiunto il punto critico di espansione coscienziale esso ha prodotto un collasso stesso della coscienza, producendo quindi una caduta della materia coscienziale all'interno di se stessa, nella stessa maniera in cui il collasso di una stella porta a produrre un buco nero. La coscienza, infatti, non…

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L’ente mascherato

L’ontologia come l’abbiamo conosciuta fino ad ora, ovvero quella dell’ente mascherato da essere, è da sostituirsi con la formazione. L’imperativo categorico è l’apoteosi morale di una particolare formazione, che non coincide con un'altra. L’atto morale definitivo, la scelta che svetta sulle altre, non hanno niente a che fare con l’essenza, il noumeno, il centro, l’assoluto che reclama la giusta e vera azione. Si tratta esclusivamente di una riduzione ai minimi termini di tutto ciò che linguisticamente caratterizza la nostra formazione e che conduce nel luogo esistenziale dei significati portanti di una determinata esistenza. Quel luogo privo di senso e di logica, ma che pulsa come un motore organico, genera…

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Esiste la possibilità che la coscienza non debba in ogni modo raggiungere una metafisica nell’atto di “presa” sul mondo? Cosa significa insomma la presa di coscienza? Essa sicuramente si manifesta con la visione, tale di uno sguardo che è quello della coscienza, appunto. La visione è un atto trascendentale in sé, essa si estrae (e astrae) da ciò che le appare e a cui appartiene in quanto tanto lo spazio del soggetto in cui opera, quanto lo spazio dell’oggetto che osserva appartengono alla medesima realtà. Anche se, pur essendo quanto appena detto un atto di ammissione della condizione paritaria che ha l’uomo depositario (per quanto ne sappiamo) della coscienza,…

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