Del soggetto

Ciò che fa sì che io non sia tu e tu non sia me, è uno spettatore inerte e trasparente attraversato dall’esistenza, un passeggero privo di dimensione sulla carrozza della vita, un inquilino inconsistente di un corpo che vaga nel mondo. L’osservazione è ciò che rende esistente ogni cosa e possibile le altre, ma non c’è niente e nessuno dietro lo sguardo, come uno specchio, l’innesco del riflesso si esaurisce ogni volta, restituendo ciò che è visto.

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L’esistenza, come l’universo, ha una natura circolare. Propagandosi, tale circolarità si riproduce in tanti cerchi concentrici, quanti sono gli aspetti dell’esistenza. Ogni direzione assunta si esaurisce nel momento stesso di intraprenderla, giriamo sempre in tondo. Non esiste nessuna diritta via da poter, semmai, smarrire, ma solo una via di fuga, che tangente al cerchio della vita, inizia dove quello finisce.

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Dirsi sé stessi

È bene drizzare le antenne e produrre interiormente una dovuta separazione tra realtà e parole, quando queste sono messe in fila da chi dichiara, seppur con intenzioni sincere, di raccontare, spiegare, mostrare sé stesso. Sebbene tali discorsi, infatti, emergano da un incontro partecipato, un confronto acceso, uno scambio sentito e financo una confessione a cuore aperto, essi sono sempre il risultato di una post-produzione, necessaria, si intende, perché ogni rappresentazione possa esistere, in un modo (il nostro) o nell’altro. Alla fine, della realtà che riguarda noi stessi non vi sarà traccia, non essendo prerogativa di ciò che ci costituisce lasciarne alcuna.

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L’essere non può essere visto: si nasconde, infatti, nel(per) guardare, e sparisce del tutto, ogni volta che qualsiasi cosa è vista…

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In un mare di significati, arriva, prima o poi, la tempesta. Ma qual è la condizione "naturale” del mare? Quella calma o quella tempestosa? Dati i significati, quando è sorto il primo “perché?” Ed ha senso chiedersi perché è sorto? È il ritorno del caos che piomba su ciò che significa a farci chiedere “Perché accade ciò (il caos)? E poi subito dopo “Perché quest’altro significa(va) così?”. È la crisi di ciò che è dato significare che ci fa interrogare prima sulla sua distruzione o cambiamento, e poi sul significato stesso? Forse è il dolore a farci porre la domanda metafisica? Scopriamo la dimensione trascendentale quando la narrazione viene…

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Penso dunque non sono

La coscienza è l'allucinazione che ci fa credere di esistere, e per questo è la più difficile da dubitare, perché non resterebbe nessuno a farlo. Dunque cosa ci restituisce l'ultimo dubbio? Il non essere.

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La realtà che conosce

Accade per lo più a tutti, ma per igiene preferiamo molti, che in determinati momenti ciclici dell’esistenza la presa di coscienza sul mondo, attraverso la realtà particolare – ma possiamo dire anche locale – emerga dalle profondità più antiche del pensiero e del sentire, ed allo stesso tempo raggiunga un’altezza tale da poter accogliere e riconoscere in termini, diciamo, universali, quel determinato luogo, quel particolare momento, quella data persona, e così via. Avviene quindi che il senso di talune cose si faccia più presente, in un certo modo più comprensibile, o comunque la comunione con esso sia effettivamente più efficace tanto da coglierne il significato da fuori a dentro…

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Ricucire e separare

Quella spinta moderna a voler ricondurre (per non dire ridurre) la mente alla dimensione materiale del corpo, della carne, ha prodotto sicuramente un nuovo gingillo della conoscenza che ancora oggi va per la maggiore per quel che riguarda le scienze umane e forse non solo: la psicologia. Ma la separazione da ricucire tra mente e corpo in realtà non è mai stata la vera faccenda per risolvere il dualismo, ed essa non si è mai presentata in maniera evidente, se non all’interno di un fraintendimento logistico. Diciamo, in termini filosoficamente più generali che, negli effetti dualistici, si può parlare di separazione tra il pensiero rappresentativo (veicolato dal linguaggio) e…

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La coscienza è unica…

…Questo è semplice, eppure sembra sfuggirci continuamente insieme a tutto quello che implica. Esaminiamo la faccenda passo per passo. Se la coscienza non fosse unica dovremmo lasciare spazio alla possibilità di poter essere multicoscienti, ubiqui. Una volta tanto l’unicità sembra essere qualcosa di meno presuntuoso e più verosimile dell'equipollenza. Facciamo un altro passo, ma indietro. Cosa significa essere cosciente? Sappiamo già molto in merito, riassumiamolo per andare avanti. Cosciente, è essere consapevoli di ciò che accade. Questa definizione fa da anticamera al giudizio. Mi rendo conto delle cose che ho intorno, di ciò che accade, posso usare la mia esperienza, conoscenza, intelligenza, sensibilità ecc., per capire, quindi giudicare, e…

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La ricerca della verità, per quanto vana se credete, ci libera da qualcosa di intrinsecamente effimero, nonché fuorviante ed oltremodo invasivo: sé stessi.

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