La realtà che conosce

Accade per lo più a tutti, ma per igiene preferiamo molti, che in determinati momenti ciclici dell’esistenza la presa di coscienza sul mondo, attraverso la realtà particolare – ma possiamo dire anche locale – emerga dalle profondità più antiche del pensiero e del sentire, ed allo stesso tempo raggiunga un’altezza tale da poter accogliere e riconoscere in termini, diciamo, universali, quel determinato luogo, quel particolare momento, quella data persona, e così via.

Avviene quindi che il senso di talune cose si faccia più presente, in un certo modo più comprensibile, o comunque la comunione con esso sia effettivamente più efficace tanto da coglierne il significato da fuori a dentro di noi e viceversa.

Generalmente succede, come dicevamo, durante gli “scambi” ciclici dell’esistenza: di ritorno da un viaggio o da una vacanza, al finire o all’inizio di una stagione, di un amore, di un lavoro, dopo una lunga malattia, oppure dopo un cambiamento importante, un evento decisivo, un’esperienza segnante e così via.

Gli animi sensibili, tra cui poeti, filosofi e affini, traggono particolare beneficio da tali momenti, ed in qualche maniera riescono ad essere più avvezzi ad incontrarli e attraversarli, procurarseli talvolta, anche a prescindere dalla realtà, e grazie ad essi si produce buona parte del loro lavoro.

Si può parlare in un certo senso di un qualcosa che ci “stacca” e ci riporta, consentendoci di osservare da più lontano la realtà che è solita circondarci così che nel ritornarci l’avvicinamento si fa ancora più profondo, e ci sentiamo ancora più vicini ad essa, più dentro; allo stesso tempo il nostro sguardo appena ristorato dalla lontananza ne coglie da fuori la significatività.

Potremmo ancora dire che quando le categorie del tempo e dello spazio emergono nel loro movimento ciclico dalle e nelle nostre azioni e dagli e negli eventi che ci circondano, esse ci consentono di coglierne l’opera nel senso più universale e la significatività del loro svolgimento in tutto ciò che ci sta attorno.

Tutto questo tende a sfuggirci, ad assopire in un certo senso, quando siamo radicati dentro i confini di un ciclo reale ed esistentivo che, potremmo dire, appiattisce la rotondità della terra, immobilizzandone il moto, ma provocando anche una certa stasi astrattiva della nostra coscienza nei confronti della realtà che la circonda e percepita senza movimento, sempre la medesima, perché, in qualche modo, smette di posare su di essa lo sguardo (coscienziale).

Ma che ruolo abbiamo noi in tale prese di coscienza?

Quando ci sentiamo come se avessimo la realtà a portata di mano e la comunione con essa ci consente di capire il qui ed ora e sapere chi siamo (che siano credute o meno queste cose non importa, qello che importa sono gli effetti) tanto da poter financo credere al futuro della nostra esistenza: siamo noi stessi ad innescare questa “apertura”, a provocare questa predisposizione?

A ben pensarci, pare essere la realtà stessa a provocare tutto questo in noi e, una volta innescato da una specie di “dietro le quinte” ecco che ella stessa, in un battito di ciglia, si è già sistemata davanti ai nostri occhi per farsi accogliere dal nostro sguardo nella nuova o ritrovata veste.

In una rinnovata prospettiva del principio di realtà, la rappresentazione trascendentale potrebbe scoprirsi beffata dalla forma e risucchiata dall’immanenza.