La coscienza è unica…

…Questo è semplice, eppure sembra sfuggirci continuamente insieme a tutto quello che implica.

Esaminiamo la faccenda passo per passo.

Se la coscienza non fosse unica dovremmo lasciare spazio alla possibilità di poter essere multicoscienti, ubiqui. Una volta tanto l’unicità sembra essere qualcosa di meno presuntuoso e più verosimile dell’equipollenza.

Facciamo un altro passo, ma indietro. Cosa significa essere cosciente?

Sappiamo già molto in merito, riassumiamolo per andare avanti.

Cosciente, è essere consapevoli di ciò che accade. Questa definizione fa da anticamera al giudizio. Mi rendo conto delle cose che ho intorno, di ciò che accade, posso usare la mia esperienza, conoscenza, intelligenza, sensibilità ecc., per capire, quindi giudicare, e semmai poi comportarmi appropriatamente, che da un’ottica di buonsenso logico diviene ragionevolmente, da un’ottica morale diviene giustamente.

Argomento ampio e interessante, ma lasciamolo stare.

Cosciente, è essere in grado di sviluppare un punto di vista trascendentale rispetto alla realtà. In altri termini il nostro sguardo cosciente è in grado di porsi al di fuori rispetto a dove si trova e a quando si trova. Così grazie alla coscienza si studia, si apprende, si ricorda, si immagina, si cataloga, si spiega, si rappresenta, si prevede, insomma si è in grado di vedere, riconoscere e poi conoscere quello che ci accade intorno dal nostro punto di vista che ci permette di far svolgere attraverso un senso (posizione e direzione) interno (Kant) il mondo e la vita stessa. La coscienza ci colloca innanzi tutto perché ci permette di collocare. Questa posizione di privilegio comprensivo e di apprendimento consente, tra le altre cose, che l’uomo abbia una Storia e che possa utilizzare i principi che dominano il mondo.

Argomento interessante da approfondire, forse ancora più del primo, ma ci stiamo ancora crogiolando, andiamo avanti.

La coscienza di se, il percepirsi, l’essere presenti a se stesso. La coscienza che poi da se stessi si rivolge verso l’altro, ne prendiamo coscienza come individuo cosciente al pari nostro e…

…Poco altro in realtà qua ci si ferma per non complicarsi troppo la vita. La coscienza dell’altro ci aiuta a rispecchiarci e ri-vedere noi stessi, prendere una seconda coscienza di se attraverso un punto di vista prospettico altro dal nostro. Non portiamo mai troppo al largo questo lavoro identificativo della coscienza, procura fin troppo trambusto stare a lungo a contatto con “come ci vedono gli altri”, e tuttavia, se dovessimo restare a lungo dentro lo sguardo degli altri, ciò condurrebbe a far prevalere un approccio più emotivo e irrazionale che investigativo e ragionevole; come nell’azzardo di chi resta sempre in gioco.

Conviene tuttavia soffermarci su questo punto, un pochino di più, perché i primi fraintendimenti, iniziano proprio da qua.  

Quello che ci rimanda lo sguardo dell’altro è la presenza di altre coscienze, quindi altre prospettive, altri sensi interni come il nostro. Lo svolgimento della nostra rappresentazione del mondo è costretto a fare i conti con altri mondi alternativi al nostro che si costituiscono nella medesima realtà, in altri termini non sappiamo più quale sia il vero modo che crediamo e conosciamo, ne esistono tanti, troppi e non altrettante realtà dove collocarsi, il posto che si può prendere, la realtà di cui ci si può “impossessare” è soltanto una, tutti gli altri mondi coscienziali che non ce la fanno restano fuori.

Da queste considerazioni si sviluppano un sacco di derivazioni psicologiche e filosofiche.

Diciamo, in sintesi, che l’altro diventa un abisso di perdizione tanto quanto cerchiamo di conoscerlo tanto ci allontaniamo da noi stessi dentro un mondo che stiamo conoscendo all’incontrario, una discesa non è mai conoscitiva ma piuttosto è distruttiva, nel senso che ci spoglia di ciò che conosciamo, mentre la conoscenza dovrebbe essere un’ascesa, nel senso che cresce e si costruisce da uno stato sorgente e creativo nello sviluppo. È già molto se riusciamo a riconoscere l’altro, mentre si tratta di un obiettivo straordinario riuscire a conseguire una conoscenza estetica di frammenti di interiorità dell’altro attraverso un sovraeccitamento espressivo provocato nell’incontro, che a sua volta provoca in qualche modo una pressione, espressiva appunto, nell’incontro stesso, tanto da dare una rappresentazione compiuta di quel frammento. Ma di più non si riesce.

Ma a parte ciò, quello che accade attraverso questo riconoscimento dell’altro e del suo mondo coscienziale come possibile e sostituibile al nostro è: la perdita dell’unicità coscienziale.

Ed anche questo può provocare deflagrazioni emotive talvolta irreparabili perché ciò che risulta più difficile nella crescita conoscitiva è consentire al proprio mondo coscienziale di perdere l’unicità, di relativizzarsi in favore di una condivisione di mondi coscienziali. Concetto e auspicio interessanti, ma che non affrontano con sufficiente cautela il problema per cui anche se altri mondi coscienziali sono esistibili nessuno è visibile a parte (come) il nostro.

Argomento lungo e particolarmente interessante, ma non è adesso che lo affrontiamo.

Abbiamo detto che è qua che nasce il primo fraintendimento, vediamo perché.

Quando ci accorgiamo che il mondo che siamo e rappresentiamo dentro di noi in realtà si tratta di un mondo, la nostra coscienza, chiamata in causa per aver provocato questo avvenimento esistenziale, diviene quel mondo stesso. Quel mondo è la coscienza…

…Quel mondo è la coscienza?

Facciamo un passo avanti.

Quel mondo interiore che si svolge possiamo chiamarlo altresì una narrazione. La nostra narrazione, per essere più tecnici diciamo auto-narrazione, e per essere più precisi, visto che il trascendimento della realtà ci permette di raccontarla, possiamo infine parlar di “Auto-narrazione trascendentale”. E questo ce l’aveva già spiegato J. Jaynes.

Ma Jaynes ci dice un’altra cosa, parla della coscienza come un’operazione.

Sorvoliamo la parte analitica del suo discorso, per intuire e infine comprendere che cosa intende.

La coscienza provoca e produce quello che noi chiamiamo Auto-narrazione trascendentale, che altro non è che il risultato del lavoro della coscienza.

E non potrebbe essere altrimenti, la coscienza per essere tale, per compiere tale operazione prescinde necessariamente, almeno nella sua operatività, qualsiasi cosa che da essa scaturisce, in maniera più ampia essa prescinde ogni cosa che vede: prescinde ogni cosa perché quella cosa sia qualcosa, che non può esserlo, come visione significante e significata del visibile, senza l’opera della coscienza.

Torna a fare capolino Lacan, presumibilmente la coscienza è il non luogo del punto cieco dello sguardo, necessario perché tutto il resto sia visibile.

Di questi tempi la tecnologia informatica e robotica, assieme alle riflessioni imprescindibili che si portano dietro, ci aiutano molto a vedere in maniera più chiara, esemplificativa e nitida tutto quanto stiamo dicendo.

La robotica è quasi al suo punto di svolta più decisivo e le proiezioni non sfuggono all’ipotesi per cui, grazie soprattutto all’avanzamento digitale dei software e la loro programmazione, l’intelligenza artificiale innestata nei robot riuscirà a farli funzionare talmente bene fino a farli vivere.

Andiamo direttamente al punto. Il robot ci serve soltanto per dare una forma tridimensionale all’intelligenza artificiale vivente nella realtà, serve ad aumentare l’effettiva ammissibilità, ma in realtà è sufficiente una macchina, un hardware sufficientemente potente per consentire ai software più innovativi di fare quello di cui andremo a parlare.

Se riusciremo a programmare un software applicato ad un hardware in grado di riprodurre perfettamente gli stati e i processi dell’intelligenza umana in ogni sua sfaccettatura e sviluppo tecnico, avremmo riprodotto una mente?

E avremmo dunque riprodotto una coscienza? E infine, avremmo riprodotto un soggetto?

Prima di andare avanti intendiamoci, abbiamo bisogno di altre domande per aprire le possibili strade di percorrenza.

In che relazione sono i termini “mente”, “coscienza” e “soggetto”?

Può esistere l’uno senza gli altri?

Può esistere una mente senza coscienza, e senza soggetto?

E una coscienza senza mente, e senza soggetto?

E un soggetto senza una mente, e senza una coscienza?

Queste domande richiamano altre domande ancora, domande precedenti.

Cos’è una mente? Cos’è una coscienza? Cos’è un soggetto?

Ma stavolta le domande vanno affrontate con un sano discernimento.

Innanzi tutto diciamo che grazie allo sviluppo digitale, tecnologico e scientifico, oltre che biogenetico e medico, si possono aggiungere altre due ipotesi interessanti intorno alla questione della mente.

Cosa avviene in caso di clonazione perfetta di un individuo?

E se fosse possibile “scaricare” e quindi trasferire nella maniera più completa tutti i dati e le funzioni della mente di un individuo dentro un’altra struttura materiale che non sia il suo corpo, quindi, ad esempio, un computer. Cosa accadrebbe in questo caso?

Pare che siamo nel campo delle tante ipotesi e possibili scenari immaginabili nell’ipotetico senza tener conto che infine la realtà darà loro la giusta dimensione.

Ma a dirla tutta tali ipotesi non sono immaginifiche quanto quelle di narrazioni di mondi lontani, sono ipotesi partorite, quasi naturalmente, dalla dimensione reale dell’oggi che genera tali possibili prospettive in maniera del tutto evidente.

Ci ritroviamo a che fare con una certa solitudine nel prendere queste domande nel verso che segue, non c’entrano soltanto l’intelligenza, l’intuito o chissà quale “talento”; è del tutto inutile il talento in filosofia, giacché è una proprietà e quindi imprigiona all’interno di essa la matrice vorticosa e universale della filosofia… Già, una proprietà, forse è questa la più grande prigione del mondo che porta all’isolamento chi non la esercita?

Per produrre le questioni successive mi rifaccio, liberamente, a quelle apparse in una discussione sviluppata intorno al 2003 da un piccolo gruppo di utenti di una community, che, sorprendentemente, hanno discusso dell’argomento in una maniera del tutto originale ma allo stesso tempo pertinente, fondata e preparata.

La prima domanda:

Se io fossi (o tu fossi) clonato perfettamente, in ogni singola, piccolissima, particella, riprodotto in tutto e per tutto me (te)stesso, cosa accadrebbe?

Vedrei per caso il mondo con quattro occhi?

Che domanda è questa?

Quando pensiamo a un altro individuo identico all’originale, quando lo pensiamo guardandolo e infine vedendolo, seppure identico, tendiamo, naturalmente, ad assegnargli un’altra coscienza.

Anche se condannato ad avere gli stessi ricordi, desideri, attitudini, comportamenti, ecc. dell’originale, noi lo immaginiamo vedere tutto ciò dai (e nei) suoi occhi, non da quelli dell’originale, umanamente tendiamo a vedere in lui un’altra coscienza soggettiva.

Eppure, vien da sé che come vengono copiate tutte le caratteristiche e proprietà dell’originale, anche la coscienza dovrebbe essere copiata e con essa la soggettività…? Sì?

La coscienza, oltre a rappresentare il narrato interiore e far risultare l’io l’immagine, seppur dinamica, di tale narrazione, si esaurisce tutta dentro quell’immagine della rappresentazione?

La coscienza include anche la proprietà della soggettività?

O invece la soggettività esce fuori dal dominio della coscienza? E se la soggettività non appartenesse alle proprietà della coscienza?

Oppure è la coscienza ad essere una proprietà della soggettività?

Ma a questo punto non resta che chiederci, cos’è il soggetto? Di che proprietà si tratta? Dove e come si trova? Ed in quanto componente dell’originale, viene clonato anche quello?

Si badi bene che a livello umano ed empatico generalmente, senza saperlo, si parteggia per la situazione filosoficamente (e non solo) più complessa, ma anche, soprattutto, più complicata.

Nel secondo esempio, quello del download della mente, il problema assume altre sfaccettature interessanti. Se io scarico la mia mente su un supporto in grado successivamente di codificarla ed esprimerla nella sua totalità e completezza, ma ovviamente su un dispositivo, cosa accade?

Se faccio un trasferimento (un – taglia e incolla -), si trasferisce tutto? Anche la coscienza? Magari a un certo punto del trasferimento sì, e magari, la stessa cosa accade anche al soggetto, se anch’esso fosse un dato. Quindi io mi ritroverei non più dentro un corpo ma dentro un computer.

Già più assimilabile, in linea teorica, questo concetto. Ma dove si trovava il soggetto?

Se tuttavia facessi una copia di me stesso, un backup, dentro una macchina, sarei sia dentro la macchina che nel mio corpo? Essendo una macchina, meno umanizzabile e quindi umanizzante, facciamo meno difficoltà a immaginare di essere simultaneamente sia nel corpo che nella macchina e che avremmo una multipercezione del mondo.

Ma quando e dove si scarica il dato “soggetto”? E se il soggetto non fosse nella mente?

Per quanto ne sappiamo tutte le proprietà del soggetto vengono svolte dalla coscienza o dal cervello – Lo sappiamo? Forse sono andato troppo veloce, mettiamo un asterisco e ci ritorniamo. Diciamo per adesso che ogni cosa del soggetto è svolta da qualcos’altro che il soggetto non è -.

Il soggetto di per sé, sembra non faccia alcunché, eppure è un dato, è dato.

Il soggetto non è niente e allo stesso tempo diviene ogni cosa.

Si sente odore di ontologia, sì… Il soggetto è. È e basta.

Con l’ontologia dovevamo comunque incontrarci direttamente, meglio prima che dopo.

Ontologia è già di per se un termine ambiguo nella storia della filosofia. Si dice che essa parli dell’essere in sé, che sia il “discorso sull’essere”. Ma non è proprio così, poteva esserlo con cognizione e intenzione filosofica, come quella di Heidegger, che, volutamente, ritornava all’essere, ma le grandi altre filosofie del passato hanno portato – volutamente? – confusione. Letteralmente ontologia significa discorso sull’essente, quindi sull’ente (i termini si utilizzavano per indicare la stessa cosa) – ed è inutile girarci intorno sia Greci che Romani propendevano a questo, discorso sull’ente, non sull’essere. –

Diciamo che questo, più o meno volontario, far defluire l’essere nell’ente faceva il gioco di alcuni, ma anche quello degli altri, dimenticandosi, gli uni e gli altri, perché poteva porsi tale questione; non a caso Heidegger ce lo ricorda, facendoci ritornare alle domande fondamentali sull’essere.

Questa confusione sull’ontologia è stata provocata in gran parte dal dominio che si voleva attribuire a tale predicato che, suo malgrado, non poteva non definire; il dominio della religione in generale quindi quello della metafisica e quello della scienza.

In sintesi, perché l’ontologia fosse la metafisica, ovvero i principi primi che sovrastano la dimensione dei sensi e della fisica, l’essere e l’ente non potevano che essere nel-la stessa cosa, l’essere è in ogni ente e ogni ente è essere.

Per la scienza l’ente è tutto ciò che è quindi l’essere nella sua condizione metafisica non esiste, nella sua condizione fisica coincide con l’ente che è: la fisica coincide con la metafisica.

Io seguo Heidegger. Ma dobbiamo tuttavia passare anche dalla fenomenologia (Sartre – ? -)

L’essere non è l’ente, lo diviene, cessando di essere.

Attraverso l’essere l’ente è, ma non in sé, è qualcosa piuttosto che qualcos’altro, ma non può mai spingersi oltre la tautologia, nel senso che l’ente è anche sé stesso in quel qualcosa che è, l’ente è l’ente. Ma l’ente non è… e basta. L’ente non è essere.

Quando questo ci spinge quindi ad indicare la possibilità che l’essere è tale in quanto non è, spesso forziamo nuovamente il discorso attribuendo le proprietà ontologiche dell’ente all’essere, indicando infine che l’essere è non essere, ma la suggestione va bene e fa bene in poesia, il modo corretto di dire questa cosa, è: l’essere è non – essere – ente.

Se vogliamo, questo passaggio grammaticale dal non essere incorpora un ruolo effettivo del non essere, come passaggio significativo.

Cos’è difatti il non-essere?

Nel rapporto tra enti è semplice, ha una funzione deterministica ed un significato identificativo dell’estensivo.

Il rapporto tra essere ed ente, dicevamo, ha un ruolo di passaggio significativo. Lo abbiamo ribadito, l’essere cessa di essere quando diviene un ente, in quella cessazione il non essere non si limita a svolgere una funzione grammaticale di passaggio. Per inciso, non che la grammatica sia fine a sé stessa, difficilmente è esente dall’influenzare od essere influenzata nel gioco tra significato e significante del linguaggio, ma è importante sottolineare come in realtà l’irreperibile attraversamento del non essere dall’essere all’ente, non avvenga in un punto di passaggio, in uno snodo, un’anticamera vuota tra l’essere e l’ente, esso è sorgente come l’essere che diviene, è ombra nel retro dello scorrere esistentivo dell’essere, in un punto cieco. Il nulla, per quanto mai lo vediamo e spesso, anche per lunghi periodi non lo si senta, tutti quanti sappiamo di cosa si tratti, ne avvertiamo, se rivolti ad esso, l’assenza.

Questo aspetto di “opposizione inclusiva” tra essere ed ente si limita ad una separazione e non a un’opposizione a tutto tondo per cui se l’ente è dinamico l’essere è statico, non è questa la sede per affrontare il discorso ontologico nelle sue premesse e infine le conclusioni, il motore immobile non è l’argomento che adesso ci interessa.

Quello che mi preme è mettere l’essere nella posizione ontologica che gli compete, cioè al di fuori di ogni cosa che diviene. E come il nulla, ma in maniera decisamente più manifesta, che non significa visibile, l’essere non svolge soltanto un ruolo di predicato grammaticale, esso, lo si avverte e coglie ovunque attraverso (soltanto) il suo rispecchiamento nell’esistente(/za).

Torniamo al nostro discorso sul soggetto però a questo punto diamogli un titolo un po’ più calzante, diciamo:

Discorso sul soggetto dell’essere.

Cos’è il soggetto?

Se l’essere pone nella condizione di essente tutto ciò che esiste, il soggetto si “pone-sotto” a tale procedimento. Il procedimento dell’essere si rispecchia grazie alla coscienza, che in un certo senso è l’operazione che fa sì che questo procedimento si svolga nel tempo e nello spazio e quindi ci consenta di riconoscere l’essere (in ogni cosa).

Ma il soggetto è ancora ulteriore.

Proviamo a fare un esercizio mentale e per aiutarci a farlo pensiamo a quei film degli anni ‘80 e ’90 in cui una sorta di “magia” faceva sì due persone si scambiassero di corpo, l’una con l’altra: Like Father Like Son, Vice Versa, Switch, ecc.

Bene, al di là di tutte le implicazioni narrative più o meno interessanti, a seconda dello spessore del film, ai protagonisti accadeva che le persone che vivevano intorno ai loro personaggi non si rendessero conto dello “scambio”. Al massimo potevano notare qualche stranezza comportamentale ma davanti a loro c’era sempre la solita persona, anche se quella intrappolata nel corpo dell’altra aveva cercato in ogni maniera di mostrare di essere un’altra.

Cosa si scambiava in queste storie?

L’anima? La coscienza, il soggetto?

Generalmente chi finiva nel corpo dell’altro manteneva i ricordi e le conoscenze del suo corpo originale, al massimo poteva accadere di perderne alcune per strada e per misteriosi motivi, e di acquisire alcuni di questi dall’”ospite” e viceversa.

Non si è mai molto approfondito di cosa realmente si spostasse nel corpo di un altro, a livello narrativo non era così influente, generalmente si trattava di commedie giocate su capovolgimenti di prospettiva e fraintendimenti, non si è mai pensato a quali implicazioni filosofiche potessero avere le varie possibilità “di spostamento”.

Torniamo all’esempio della clonazione.

Se il vostro clone, al completamento della sua creazione vi raggiungesse nel tempo e nello spazio, con esperienze, ricordi, caratteristiche, comportamenti ecc., perfettamente identici ai vostri e, ad un certo punto, dopo avervi imprigionato in una cella nascosta al mondo, prendesse il vostro posto. Chi si accorgerebbe della sostituzione? Chi potrebbe dire che voi siete stati rapiti e quello non è che il vostro clone?

Il fatto di essere un soggetto diverso da voi, ma per il resto identico in tutto e per tutto, sarebbe una cosa che, se non dichiarata dal clone, lo sapreste solo voi; per tutti gli altri il vostro clone sarebbe voi in tutto e per tutto.

Questo approccio analitico, sia chiaro, è solo strumentale: non ho alcun interesse alla fattibilità della perfetta e infallibile realizzazione della clonazione.

Per quanto concerne il mio discorso il clone avrebbe anche potuto essere difettoso e dopo un’attenta indagine qualcuno avrebbe potuto accorgersene trovando “l’originale” imprigionato.

Quello che conta è che si tratterebbe sempre una percezione esterna di un ipotetico soggetto all’interno di qualcuno piuttosto che qualcun altro.

Ogni volta che al soggetto associamo alcune caratteristiche o proprietà che appartengono al vissuto, alla mente e via discorrendo, ci concediamo una licenza narrativa, poetica ma anche scientifica, del tutto arbitraria.

Ogni soggetto è uno e sa solo di sé stesso essere tale.

Oppure possiamo riproporre l’idea alternativa che nel caso in cui invece ipotizzassimo che coscienza e soggetto fossero anch’essi copiati, in questo caso saremmo entrambi gli individui, quello incarcerato e quello libero, vedremmo sia la cella che il mondo esterno con tutta la nostra vita, una doppia coscienza e un doppio soggetto e in questo caso come ci comporteremmo?

Ma approfondiamo ancora, in maniera più diretta, l’idea di soggetto: Perché io sono io e non sono tu che stai leggendo?  

La domanda può suonare strana, ma è una sintesi di una medesima e più dettagliata domanda:

Perché io sono Riccardo Taurisano e tu sei, mettiamo, Giulio Rossi? Non potrei essere io Giulio Rossi e tu magari Riccardo Taurisano, oppure tu un’altra persona, e un’altra ancora Riccardo Taurisano. Ma se Riccardo Taurisano non fosse mai nato, io chi sarei stato?

E se nascendo Riccardo Taurisano io non fossi stato lui? Chi se ne sarebbe accorto che io non c’ero?

Nessuno.

Spieghiamoci meglio.

Partiamo da questa ultima situazione svisceriamola attraverso delle ipotesi.

Dico: “Io sono Riccardo”

Liberiamoci della grammatica, perché fino in fondo a questo viaggio neppure lei e le sue reti riescono ad andare innanzi – Se non scendiamo dalla sua barca saremmo ancora tratti in inganno -.

Riccardo è l’ente che sono, perché (ma) potrei anche non esserlo. Io e Riccardo non siamo necessariamente la stessa cosa, l’essere che mi identifica in un ente consente a me soggetto di predicare chi sono, ma a un altro soggetto che io non sono, consente di fare lo stesso, ma per egli, che io sia io – soggetto – oppure un altro, non cambia niente, non potrà mai saperlo, perché è altro soggetto da me.

Ma la mia soggettività va oltre.

Cosa mi identifica come soggetto tra gli enti?

Io sono Riccardo Taurisano, nato un certo giorno ad una certa ora da una certa madre, che mi ha concepito insieme ad un certo padre, che magari volevano un figlio, magari lo volevano chiamare Riccardo se fosse stato maschio, oppure magari non è accaduto niente di tutto ciò, non ha importanza, poteva nascere un altro soggetto al posto mio ed essere tutto quello che sono, cioè chi è Riccardo fino ad oggi.

Per intendere questo discorso appieno, è sufficiente fare un piccolo esercizio di fatalità.

Fate finta che il giorno in cui siete stati concepiti, per un qualsiasi motivo, ciò, non sia accaduto, e quella sera, magari, i vostri genitori si erano dimenticati di aver un incontro importante, oppure un guasto alla macchina non li ha fatti tornare a casa per copulare, oppure un litigio improvviso, e chi più ne ha più ne metta.

Il loro figlio viene concepito, magari, un paio di settimane dopo.

Il contesto del concepimento a quel punto potrà essere stato diverso, o magari no, potranno pensare ad un altro nome, o magari no. Quando nascerà si chiamerà come voi, oppure in un altro modo, magari sarà di un altro sesso o magari no.

Eppure vi sembra già piuttosto plausibile che non sarete voi, è corretto?

E perché mai questo?

Per quale motivo il qui e ora dello spazio-tempo dovrebbe vincolare un soggetto piuttosto che un altro?

Secondo quale principio fisico, chimico o che altro?

È la stessa identica situazione della vostra nascita andata come voi sapete. Potevate nascere voi, senza essere voi ma qualcun altro voi. E nessuno se ne sarebbe accorto.

Ripetiamoci adesso la domanda:

Cosa è il soggetto?

Lasciamola ancora lì e torniamo alla coscienza.

Ultimamente si sente parlare della coscienza come proprietà emergente.

È una teoria interessante, ma anche qua il discorso va preso un po’ alla larga.

Prendiamo un robot di ultima generazione munito di occhi, di telecamere oculari che immagazzinano le immagini dinamiche e tridimensionali della realtà.

Mettiamo che il robot abbia anche una capacità di elaborazione di ciò che “vede”, delle immagini appunto.

Possiamo ritenere che tale robot sia un soggetto? Che lo possa diventare? Magari al raggiungimento di un determinato livello di elaborazione?

Non è da escludere, ma andiamo per gradi. Sicuramente all’inizio riterremo che il robot non vede le immagini che riceve, le vediamo noi attraverso di lui. Se non ci fosse nessun umano che riceve le immagini catturate dal robot esse non sarebbero recepite da alcunché, non sarebbero accolte.

Perché un’immagine possa essere vista compiutamente è necessario che chi vede sia un soggetto cosciente, in sintesi diciamo, come già filosofi addietro hanno intuito, è necessario uno sguardo.

Il robot non ha sguardo, è un macchinario, non dissimile da una macchina fotografica o una telecamera digitale o qualche altro dispositivo in grado di raccogliere immagini e, per esempio, trasmetterle a distanza.

Altrimenti, chiediamoci adesso, dove e quando sorge lo sguardo?

Ho detto che per vedere è necessario un soggetto cosciente, ma, proviamo anche a chiederci se un soggetto non cosciente, privo di coscienza, oppure privato di coscienza sia già necessario e sufficiente affinché veda.

Le prime difficoltà che troviamo a rispondere a questa domanda sono date dall’uso della prassi linguistica della parola cosciente.

Infatti se vogliamo per esempio intendere che una persona è priva di coscienza diciamo anche che la persona “non è cosciente”.

Ora se un soggetto non è cosciente noi intendiamo che non solo non è in grado di vedere, ma anche di usufruire tutti gli altri sensi. In generale lo riteniamo non in grado di recepire e interagire con la realtà. Ma se dovessimo dire che un soggetto non cosciente non ha alcuna attività mentale, come per esempio il sogno, non lo faremmo. È comune pensare che se un individuo non è cosciente non è detto che non abbia una qualche attività mentale, principalmente introspettiva.

Lo sguardo quindi, come abbiamo appena spiegato, è ancora qualcosa che un soggetto non cosciente può avere, anche se rivolto semplicemente a delle immagini oniriche dentro di sé. Lo sguardo è presente ed addirittura attivo.

Quindi innanzi tutto dovremmo riferici alla coscienza come a qualcosa che appartiene alla dimensione mentale del soggetto.

In realtà qua l’argomento si ingrossa ma non ci preme per adesso definire il rapporto tra mente e coscienza. Ma chiediamoci questo: se un soggetto è privo della dimensione mentale della coscienza può comunque vedere? Ha ancora uno sguardo pur essendo un soggetto?

Non ho ulteriormente semplificato la domanda ponendo un soggetto privo di mente, perché tale domanda ci servirebbe per capire se soggetto e coscienza sono imprescindibili.

Infatti se poniamo una mente in grado di eseguire determinate operazioni senza avere più alcuna coscienza, avremmo un soggetto con mente senza coscienza… Quindi avremmo ancora uno sguardo?

Dovremmo in ogni modo allontanarci dal lessico corrente per identificare la coscienza nella sua proprietà principale che la vede come qualcosa di vigile, presente, consapevole, anche se questi termini tornano spesso per caratterizzarla non soltanto, ovviamente, in termini fisiologici ma anche, e talvolta non di meno, nel suo significato filosofico e psicologico; dobbiamo rammentare che la coscienza è qualcosa che è, seppur in maniera diversa, anche nell’incoscienza.

Parlavamo di proprietà emergente. Se volessimo dunque indicare anche il soggetto come proprietà emergente?

Se il soggetto si formasse attraverso la proprietà mentale della coscienza, o insieme ad essa, saremmo portati a dire che ogni uomo produce, come tante altre cose che gli appartengono (intelligenza, saggezza, furbizia ecc.) la propria soggettività, come produce la propria coscienza, ed una volta prodotta egli riconoscerebbe di essere “io”, di essere soggetto e dunque quel soggetto manifesterà le sue ulteriori proprietà tra le quali, la più importante e indicativa, quella di essere sé e non un altro: di essere unico.

Ogni essere umano ha così un soggetto… Ma quale soggetto?

Tu hai il tuo, lui ha il suo, ognuno ha il proprio, che non è il mio. Ma se il “mio essere umano” non avesse avuto il mio soggetto, ma il tuo, o il suo, o un altro ancora, il mio essere umano, Riccardo Taurisano, figlio dei suoi genitori che gli avrebbero dato nome e cognome, insieme ad un’istruzione, un ambiente di crescita e tutto il resto, avrebbe comunque potuto esserci senza il soggetto me.

Dunque cosa fa sì che l’io abbia me come soggetto piuttosto che un altro?

Come si determina la proprietà soggettiva? Si determina? È determinabile? Cos’è?… Da dove iniziamo?…