Il linguaggio della rappresentazione è costantemente inopportuno per il pudore che ne dovrebbe conseguire dalla sua matrice stessa.
Esso di fatti manifesta inevitabilmente e costantemente l’equivoco dell’esistenza, la dispersione dell’assenza, unico carattere effettivamente identificabile con la sostanza.
Nella fattispecie tale linguaggio è una tecnologia dispersiva e disperdente che ha dissolto la dimensione stessa che lo ha reso necessario nel farsi rappresentativo: la coscienza.
Raggiunto il punto critico di espansione coscienziale esso ha prodotto un collasso stesso della coscienza, producendo quindi una caduta della materia coscienziale all’interno di se stessa, nella stessa maniera in cui il collasso di una stella porta a produrre un buco nero.
La coscienza, infatti, non è in grado di espandersi all’infinito nella dimensione della rappresentazione linguistica; ed il collasso della coscienza non è soltanto una teoria, un’ipotesi prospettata per un particolare percorso speculativo. Si tratta di un dato sensibile che si percepisce rivolgendosi alla coscienza stessa: nella ricerca della direzione che essa sta seguendo, ci si ritrova perduti dentro la vertigine di un moto di caduta alla velocità della luce.
In tutto questo la ragione resta uno strumento che si limita a constatare tale collasso nel riconoscimento della sostanza soltanto nella sua direzione ultima, quella dell’assenza(buco nero). In cui i sentimenti si comportano come in una spirale, ripetendo quindi in maniera sempre più vorticosa e costretta, in una sintesi dialettica impazzita, i medesimi codici che tenderanno a concentrarsi, ma anche a sovrapporsi, comprimersi, in un’unica dimensione caotica la quale, come in un percorso invertito della creazione, raggiungeranno il nulla, dopo che ragione, linguaggio e credenze avranno, già prima, fatto altrettanto.
