Ci siamo preoccupati di distruggere il dualismo, non senza un certo risentimento, per ostentare a tutti i costi un’unità della materia che costituisce l’uomo. Ci siamo riusciti?
Forse abbiamo caricato i due conviventi, l’uno un po’ troppo di una condizione etica, spirituale, religiosa e l’altro d’una condizione mondana, passionale, turbante.
Se facessimo pulito di tutte le vesti e gli addobbi, cosa resterebbe? La coscienza e la carne.
E se ci preoccupassimo di identificarne le caratteristiche, mettendo da parte le implicazioni, vedremmo naturalmente che l’una, la coscienza, ha una predisposizione al distacco astratto, l’altra, la carne, ad un coinvolgimento concreto. E seppure si possano ritracciare molte sfumature in mezzo a queste due distinte dimensioni, il punto è che esse sono due modi di espletare l’esistenza e l’unico effetto sancito è l’opposizione, il conflitto che caratterizza l’esistenza umana in ogni sua manifestazione.
Il dualismo non è separazione, ma semmai una (pre)condizione per l’incontro tra coscienza e carne.
E dove avviene questo incontro?
Nello sguardo; teatro di tutto ciò che scaturisce da tale incontro: felicità, tristezza, dolore, piacere, ordine e caos, presenza e assenza, luce e buio ed ogni cosa che rende un vortice quieto e tempestoso, ed incommensurabile, l’esistenza.
