Esiste la possibilità che la coscienza non debba in ogni modo raggiungere una metafisica nell’atto di “presa” sul mondo? Cosa significa insomma la presa di coscienza?

Essa sicuramente si manifesta con la visione, tale di uno sguardo che è quello della coscienza, appunto.

La visione è un atto trascendentale in sé, essa si estrae (e astrae) da ciò che le appare e a cui appartiene in quanto tanto lo spazio del soggetto in cui opera, quanto lo spazio dell’oggetto che osserva appartengono alla medesima realtà. Anche se, pur essendo quanto appena detto un atto di ammissione della condizione paritaria che ha l’uomo depositario (per quanto ne sappiamo) della coscienza, nei confronti di tutto ciò che lo circonda, potremmo impedire il sorgere di una possibilità che reca la condizione necessaria e sufficiente affinché l’attitudine trascendentale si attivi e produca la suddetta visione, attraverso un innalzamento dell’io cosciente sul mondo come condizione stessa in cui egli trascende, a questo punto non più sé stesso, ma solo la realtà.

Seppure questa condizione possa risultare illusoria, sarebbe sufficiente per immaginare di non dover identificare il soggetto con il resto della realtà che osserva.

Innanzi tutto se questa condizione non la reputassimo illusoria, sarebbe piuttosto semplice identificare l’uomo come egli stesso Metafisico, o in una prospettiva gerarchico/religiosa figlio della metafisica.

Ma se invece questa condizione la ritenessimo sì illusoria, ma comunque tale da attivare (o mantenere attivo) un procedimento necessario alla visione, come una sorta di finzione propedeutica, similitudine esplicativa, insomma l’uomo che si fa egli stesso linguaggio nella figura retorica della metafora: ecco che l’analisi si fa più complessa.

L’uomo cosciente cioè trascende la realtà ma non se stesso perché in tale atto trascendentale egli stesso si fa proiezione trascendentale e non trasceso.

Quindi, torniamo nella condizione possibile per cui l’uomo trascende la realtà perché (e purché) ne è (sia) al di fuori. Sarebbe in altri termini un’immanenza dell’uomo cosciente nella trascendenza rispetto a ciò di cui ha visione nell’immanente che, per così dire, si trova ulteriormente a portata del suo sguardo. Questa condizione trascendentale consente di produrre una visione sull’oggetto, sull’insieme di oggetti e sul mondo, osservati. Tale visione genera successivamente una definizione, possiamo affermare con una certa approssimazione, di una realtà, o più realtà, diciamo generalmente “della realtà”.

Questo escamotage, apparentemente, tiene lontano una vera e propria metafisica affinché l’uomo cosciente possa avere un dominio comprensivo sul mondo.

Ma l’attitudine trascendentale del soggetto cosciente è legata a doppio filo con la metafisica, si intende… Per avere una visione più completa bisogna innanzi tutto lavorare meglio su tale “escamotage” e non liquidarlo in poche battute.

Ecco che il tempo contemporaneo, lo sviluppo linguistico nella tecnica, ci soccorrono.

Parliamo dunque di: Metalinguaggio.

Che è come se parlassimo di ciò che parla di ciò che parliamo. Tuttavia diciamo che si tratta un linguaggio che tende ad identificare in maniera più o meno sistematica il linguaggio stesso attraverso cui ci esprimiamo. È chiaro che mentre lo facciamo è insito il linguaggio – meta – che utilizziamo.

Questo accade anche per le più moderne forme di utilizzo del prefisso “meta”: meta tag, meta key, ecc., utilizzati nel campo della comunicazione informatica per definire determinati parametri generali in campo linguistico che si riferiscono a precisi settori della comunicazione.

Il linguaggio che osserva e definisce sé stesso, produce, si intende, una visione.

La visone del linguaggio sul linguaggio realizza una legittimazione esterna(meta) dall’interno(linguaggio).

Questa legittimazione innesca una fiducia autoindotta nella visione trascendentale del linguaggio che ci si svolge davanti. Il linguaggio però non è altro che il codice che ci permette di significare il mondo.

Tale visione è la nostra metafisica nascosta.

Se ancora volessimo tentare di preservarci da una metafisica potremmo identificare la visione esterna con la figura dell’altro che vediamo e da cui siamo visti.

Quindi in realtà noi cerchiamo la legittimazione di un io esterno che risiede nell’altro, senza dunque dovere sfociare nell’aldilà dell’uomo.

Questo riportare alla terra la visione trascendentale però continua ad omettere qualcosa.  La visione si appaga nell’essere il tentativo e la testimonianza di essere visti da altri?

È riduttivo immaginarla così, per il semplice fatto che la visione ricercata non comprende la sola nostra vista, ma anche dell’altro e del mondo. L’io e l’altro nel mondo sono una condizione a tre non separabile nell’attitudine trascendentale umana. Lo sguardo che poniamo al di sopra vuole essere sempre ulteriore rispetto a ogni oggetto della visione. Il luogo della metafisica è dunque anche “L’altro”, perché quell’altro come non potrebbe essere un soggetto immanente?

Dal nostro punto di vista egli potrebbe essere immanenza dell’oggetto – altro soggetto – osservato, ma se ci vediamo attraverso di lui egli diventa l’incarnazione del nostro trascendere che non è soltanto attitudinale nei termini del confronto di una coscienza altra, ma metafisico perché depositiamo nell’altro la visione di noi, di noi nel mondo, noi e gli altri e così via, e tale visione non può essere la sua, per quanto azzeccata, la nostra proiezione è assunta da noi nel merito e soprattutto nella costruzione dell’atto visivo che ci facciamo rivolgere.

L’altro invece, dal suo punto di vista, e quindi della sua coscienza, in quanto soggetto non possiamo raggiungerlo in nessun modo, non possiamo in altri termini appropriarci della sua coscienza: per cui l’azione metafisica sull’altro è spudoratamente dichiarata ogni qualvolta pretendiamo di vedere quello che la sua coscienza vede, adoperandosi parimenti alla nostra.