L’arte è quantomeno ambivalente, molteplice è certamente ciò che rappresenta, ma altrettanto lo è la sua funzione.

La rappresentazione è trascendentale; trascendere significa porsi al di fuori, sedersi sulla poltrona ed osservare dinanzi, ma significa anche vedersi.

Se ci addentriamo ancora un poco nel significato di trascendentale allora intendiamo che in un certo senso raccogliere qualcosa dentro lo sguardo, com-prenderla è necessariamente un atto di semplificazione (i filosofi però la chiamano sistematicità), ghermire con i significati ciò che si osserva, significa soggiogarlo, addomesticarlo.

Le immagini.

Esse non esistono nella realtà, non ci sono: neppure un paesaggio che si staglia immobile dinanzi a noi è immagine fintanto che non trascendiamo, esso è reale, ne facciamo parte, ci travolge continuamente, dinamicamente.

Le immagini sono dentro di noi.

Ma cosa c’è dentro di noi? Come lavora la matrice delle immagini e dei pensieri?

Il nostro cervello elabora continuamente la risultante tra realtà/immagine/pensiero, che può dare forma a un’emozione, un ricordo (e quindi un’emozione) un sentimento, un dolore, una vita, una morte e così via. Il rapporto, o la connessione, tra realtà, immagine e pensiero non è necessariamente costante, può cambiare, evolversi nella fattispecie, ridimensionarsi; alcune connessioni possono svanire, altre ritornare, altre ancora modificarsi e così via.

Ciò che influenza tutto questo sono vari fattori quali la volontà, le circostanze, gli accadimenti, ecc.

Ma se andiamo nello specifico, se pensiamo a come le immagini ruotano dentro la nostra testa smuovendo continuamente un pensiero dietro l’altro, ci accorgiamo presto di aver perso il filo.

È la realtà che suscita le immagini o sono le immagini a suscitare la realtà?

I nostri occhi sono influenzati da ciò che vediamo ma ciò che vediamo è influenzato da ciò che pensiamo.

Pasolini in questo è stato emblematico: nel descrivere lo svuotamento, la decadenza dei medesimi luoghi che aveva già attraversato da giovane, i quali allora brillavano e risplendevano di vita e bellezza, comprese che non erano quei luoghi ad essere cambiati, ma l’occhio di chi li osservava, non vi era più la prospettiva speranzosa della giovinezza che riempiva il mondo circostante di vitalità, ma quella di un uomo desertificato, privo oramai delle illusioni giovanili, che mostrava un mondo vittima del medesimo processo di desertificazione.

Perché le immagini hanno tutto questo potere?

Cosa accade dentro di noi?

Perché la nostra carne non si ribella?

Il problema ovviamente affligge in primis filosofi, poi i pensatori generici, i poeti e una certa parte di artisti in senso generale.

Sto mostrando, sia chiaro, il problema dal punto di vista meta-funzionale.

Il peso di tutto questo è sobbarcato oltremisura sulle spalle dei figli della postmodernità.

Se Nietzsche ha ucciso la verità, il senso qualche tempo dopo ha iniziato lentamente a morire.

Separare il termine verità da quello di senso è opportuno in una certa misura.

Il senso infatti, pur essendo strettamente connesso alla funzione che detiene la verità, viene prima di essa. È la necessità di senso che genera la verità. […]