Ricucire e separare

Quella spinta moderna a voler ricondurre (per non dire ridurre) la mente alla dimensione materiale del corpo, della carne, ha prodotto sicuramente un nuovo gingillo della conoscenza che ancora oggi va per la maggiore per quel che riguarda le scienze umane e forse non solo: la psicologia.

Ma la separazione da ricucire tra mente e corpo in realtà non è mai stata la vera faccenda per risolvere il dualismo, ed essa non si è mai presentata in maniera evidente, se non all’interno di un fraintendimento logistico.

Diciamo, in termini filosoficamente più generali che, negli effetti dualistici, si può parlare di separazione tra il pensiero rappresentativo (veicolato dal linguaggio) e il divenire materiale (veicolato dall’atto).

Se ci soffermiamo, indugiando all’interno del pensiero rappresentativo (come propriamente in questo momento), possiamo riconoscere che tale contesto “esperienziale” finisca per essere delimitato dal e nel suo linguaggio astratto… Immateriale?… Irreale?

Insomma constatiamo che quando dobbiamo agire nelle realtà, il pensiero rappresentativo risulta limitato a sé stesso in quanto tale, o al massimo può essergli concesso il “pass stampa”, come giornalista dell’esistenza.

In tale ottica, iniziamo ad intendere che il dualismo non è tanto un problema a monte, la causa che determina il riferimento duale, scisso, nei confronti di (e del) sé. Semmai questa separazione è un effetto a valle, alla raccolta, uno strumento per dividere, allontanare, rigettare quello che non ci va di vedere(o non riusciamo) e tanto meno raccontare (rappresentare) di sé, nell’economia della propria utilità, salute, comodità psichica attraverso l’ineluttabilità del divenire.

Tale separazione pare abbia preso nel tempo, per l’esistenza, una piega talmente risoluta da far sì che il pensiero rappresentativo già “nascesse” destinato alla dimensione separata dal divenire, su un “piano” da cui non gli è consentito di entrare, realmente, nell’esistenza materiale; così da togliersi, effettivamente, un pensiero.

A questa prospettiva si può in effetti obiettare che sia decisamente sbagliato ritenere che il pensiero rappresentativo non possa interferire, influenzare e agire sul divenire materiale. Riprendendo la metafora giornalistica precedente, potremmo tuttavia risponderci da soli: la stampa infatti forse non interferisce, non influenza e non agisce sulla realtà materiale? Se pensiamo ulteriormente all’invasività di alcuni giornalisti, iniziamo a chiarirci ancora meglio. Eppure più che mai, il sentimento di separazione permane.

Ma non basta affatto, dobbiamo ulteriormente rafforzare il concetto e scendere, perché c’è dell’altro.

Infatti da una parte si riterrà plausibile la separazione di cui sopra, specialmente pensando a quella che si produce nel contesto dell’opinione pubblica, ma anche di quella privata; all’ipocrisia verso gli altri e verso sé stessi, alle comode menzogne per accomodare e accomodarsi la realtà: e raccontare di sé quello che si vuole sia creduto che sia e raccontarsela, come preferiamo credere che sia. Plausibile, sì. Riconoscibile?…

Tuttavia vi è un’altra parte della rappresentazione che è continuamente in relazione col divenire materiale e non solo lo influenza ma lo cambia, lo stravolge, lo stimola, lo inficia, lo innalza, lo abbatte, lo motiva, lo scontenta e così via. Sto dicendo pressoché l’ovvio, si intende. E dunque dovremmo concludere che anche il pensiero rappresentativo è parte del divenire materiale? Invece a questo punto l’ovvio non è più tale.

La forza del pensiero rappresentativo sta proprio nel fatto che non diviene, ma rispecchia, ogni attimo, il mutamento nell’essere, lo immobilizza, seppure in un frammento di uno specchio in frantumi (ritorna l’eco di Bruno). La natura del riflesso è di per sé illusoria, altresì ciò non può impedire il compiersi dell’effetto della separazione, che da un lato fa il gioco del divenire nel riconoscersi, ogni volta ugualmente diverso, dall’altra intrappola il divenire stesso dentro lo sguardo immobile da cui è separato e nulla può, se non scendere a patti per non pietrificarsi nel riconoscimento mancato.

Ma infine, il pensiero rappresentativo potrebbe mai incarnarsi nella materia del divenire? Sarebbe questo un ritorno? O qualcosa di nuovo che non c’è mai stato?

D’altronde siamo, gettati nel divenire, figli della coscienza e orfani dell’essere.