Non incontriamo gli altri, ma soltanto narrazioni di altri. Ma di chi sono queste narrazioni di altri? E la mia, di chi è?

Tali narrazioni rappresentano la distanza tra me e l’altro, tra l’altro e l’altro, e, in fin dei conti, tra me e me.

L’incontro dunque si verifica tra narrazioni ed esse cosa hanno da “dirsi”?

Due persone sconosciute che si incontrano producono due narrazioni, ognuna delle quali è applicata all’altro sconosciuto, si costruiscono da quello che ciascuno vuole narrarsi dell’altro e, in una certa parte, dalla narrazione che ciascuno fornisce di sé.

Col tempo, frequentando la persona, si riduce l’invasività della propria narrazione su di essa, a favore di una narrazione condivisa all’interno della quale le narrazioni personali, in un certo senso, si accantonano, pur trovando espressione in altri spazi narrativi.

Raggiungere il narratore è come attraversare un labirinto interminabile di narrazioni.

Nell’ipotesi che questo labirinto possa essere attraversato, raggiungendo l’uscita, troveremmo il narratore? E, finalmente, quale “aspetto” avrebbe?