Destino, provvidenza e sorte

Ovvero il crocevia delle contraddizioni più spinose.

In mezzo a questi tre concetti ci giochiamo la mossa nascosta che porta alla disfatta, il cenno segreto che manifesta le nostre vere intenzioni, lo sguardo chino in attesa che ciò che non vogliamo si compia. Sicuramente i più grandi fraintendimenti sono da imputare quasi sempre a una di queste tre parole e ai significati che si portano dietro. È fatalmente pericoloso credere che qualcosa accada perché doveva accadere, ma non meno pericoloso è pensare che qualcos’altro accada perché sarebbe accaduto, ma il pensiero più infetto di tutti forse è credere che ciò che accade è successo grazie o per colpa della sorte.

Ancora più ombroso è addentrarsi nella funzione che questi tre concetti hanno avuto nella storia della conoscenza, essi infatti si trovano nella tradizione mitologica e religiosa al di sopra dell’uomo, non alla sua portata, prima di esso. In quella filosofica e conoscitiva continuano a lavorare più o meno nascosti, a ridosso della ragione, talvolta nei pressi della necessità, nell’angolo buio, tra le mani nascoste, nel colpo di tosse iniziale a microfono coperto, dentro il respiro che accompagna l’interminabile attesa della riapertura dei nostri occhi e a volte si nascondono proprio dove li neghiamo, o crediamo di non scovarli, alle nostre spalle.

Se per la sorte dobbiamo fare un piccolo discorso a sé, che soltanto in parte si distingue dalla funzione del destino e della provvidenza, addentrandoci nella questione è importante identificare l’azione, il verbo che più è direttamente (conseguente e antecedente) collegato a queste “forze”.

Affidarsi, il verbo riflessivo che sancisce la nostra unione più salda al destino e alla provvidenza, agisce in maniera molto più recondita di quanto si possa credere. Infatti, per quanto ci si possa dichiarare “senza fede”, in una parte (più o meno piccola) non possiamo che affidarci nel nostro agire che sia esso comune, che sia esso straordinario. Affidarsi è un termine direttamente collegato alla fede, anzi è successivo, è una promessa di fede, una dichiarazione.

Questo susseguirsi linguistico è comunque soltanto un pretesto, nella fattispecie infatti nell’affidarsi compiamo un atto di risoluta inconsapevolezza. Il linguaggio, nell’atto di fede, arriva spudoratamente dopo e si fa cogliere nella sua nudità quasi più completa, nella sua volatilità, inconsistenza, tremarella; perché, nei fatti, dietro le parole che identificano esplicitamente l’atto di fede non c’è niente.

Ed è qua che opera, nuovamente, la necessità.

Nella provvidenza possiamo vedere una dichiarazione di fede a rendere, rassicurante nel suo giustificarsi, rendersi giusta perché avviene, avvenire perché è giusta. La demarcazione morale che la provvidenza dà allo svolgersi degli eventi della vita, tende quindi a proteggersi dall’ingiustizia contro la vita, è una protezione dal caso a doppio strato, essa infatti sposta innanzi tutto lo sguardo da ciò che ci terrorizza, ovvero il caso, la mancanza di senso, il verso sbagliato, l’assenza di giustezza. Questo imbonimento dello sguardo nei confronti di un nemico adesso visibile, ben vestito, mascherato, ci consente di tollerare il male anche quando la provvidenza non agisce come dovrebbe, ovvero quando gli eventi sembrano palesare una inaffrontabile indifferenza della causa prima: Dio. La moralizzazione quindi collegata alla provvidenza oscura il problema del caos, del non senso, lo pone in ombra con una mascherata provvidenziale a prescindere. La problematica esistenziale non è più tra il senso e il nulla, ma tra il bene e il male. La provvidenza è una protezione a tutto tondo e consente quindi di edificare tutti i disegni divini che vogliamo per sopportare la nostra esistenza, senza che vi siano, praticamente mai, uscite dal selciato.

Ed è per questo che la provvidenza è un valore di positività in sé, essa ha già risolto (eluso) il problema del senso alla radice.

Con il destino il discorso è un po’ diverso, esso agisce tendenzialmente sotto una spinta estetica.

La mancanza di senso e il caos in questo caso sono manifesti, ma l’attitudine rappresentatrice dell’uomo consente di creare continuamente i pretesti per la sopportazione esistenziale perpetua.

Il destino è un disegno, è la rappresentazione che si mostra al nostro sguardo, una rappresentazione dinamica e cangiante che ha il solo compito di farci sentire rappresentabili.

Esso lavora in remoto ogni qualvolta poniamo in atto la nostra esistenza, anche in fasi esistenziali ed espressive di decostruzione, caoticismo, distruzione. È il disegno, la mappa, lo schizzo di un percorso che, più o meno segretamente, percepiamo affinché si possa edificare un qualsiasi movimento esistenziale volto al compimento di atti motivanti e motivati della nostra esistenza.

La sorte è collegata ad entrambi i due concetti spiegati precedentemente, nei confronti della provvidenza è l’eccezione che conferma la regola, l’imprevisto divino inspiegabile, l’ultima possibile falange della mano tentacolare della provvidenza, che non riesce ad agganciarsi con ogni angolo della realtà vissuta. Attraverso la provvidenza la sorte finisce sempre, prima o poi, per essere inglobata nella provvidenza stessa.

Nei confronti del destino la sorte è connessa in una maniera più fatale. È lo smacco alla rappresentazione, la beffa che subisce l’artista, la pagina strappata dell’opera della vita, la macchia che copre alcune parole nel libro del destino. La sorte, intesa come fatalità, colpo di scena, il caos manifesto allora? No.

Essa prende semplicemente parte alla rappresentazione e ciò che non ha senso si maschera col costume di sé stessa. Ma che in realtà cessa di manifestarsi proprio con questo atto di mascheramento. La maschera senza un volto dietro è pur sempre una maschera e nella rappresentazione quello che conta non è l’attore ma ciò che egli rappresenta.

La sorte fa esistere ma con tale atto esistentivo non la facciamo più esistere, così che possa risuonare una delle sentenze tanto interessanti quanto fraintese dei nostri tempi e di secoli addietro: “Il caso non esiste”.

Chi afferma ciò si inserisce dentro lo schema “Destino-provvidenza-sorte” sopra spiegato e pur affermando bene, capisce male. Il caso non esiste perché non è esistibile, e agisce soltanto nella sua non esistibilità, profondamente, incrinando la realtà dei significati con voragini invisibili di terrore.